BECAUSE I’M HAPPY

 In Interviste

Non vedo l’ora di presentare e raccontare la storia, assolutamente unica e potente, di un caro amico di Frolla, Giovanni Carlot che grazie al Villaggio San Michele Arcangelo https://www.agricolasanmichele.org/it produce ottimi prodotti biologici, come il vino Ribona, le composte di frutta, l’olio e altri prodotti che la stessa coop.va Frolla usa per i suoi eventi.

Vi anticipo subito che a me questa chiacchierata ha smosso dentro tante domande, tante riflessioni e soprattutto mi ha fatto stare bene perché davanti a me avevo una persona vera che emanava gioia di vivere e, può sembrare banale, ma essere travolti da così tanta pace e felicità è davvero una sensazione unica. Non sono riuscita a trattenere l’emozione e una lacrima è scesa, ma ormai questa non è una novità.

Vi lascio quindi al racconto di Giovanni che, come un fiume in piena, ci racconta della Comunità da cui è poi nata l’esperienza agricola del Villaggio San Michele Arcangelo e dove dentro si è intrecciata la sua vita.

 

Ciao Giovanni,

grazie infinitamente per dedicarci questo prezioso tempo perché so che in questo periodo nell’azienda agricola ci sono tante cose da fare e ritagliare questo spazio è davvero un regalo per noi.

Raccontaci come è nata l’avventura dell’azienda agricola biologica e all’interno di quale realtà si sviluppa.

La cooperativa sociale PARS nasce nel 1990 dentro ad un’amicizia di Josè e Giorgio che sono i fondatori della cooperativa.  Grazie alla conoscenza di don Pierino Gelmini e di don Giussani, è stato chiesto loro di inserire nelle proprie famiglie un ragazzo che usciva dalla comunità Incontro, per permettergli di fare l’inserimento socio educativo. Così è iniziata la prima esperienza e, immediatamente dopo, hanno avuto un immobile in comodato dal comune di Corridonia e hanno aperto la prima vera e propria Comunità con 12 ragazzi.

Da quel momento la storia della Comunità ha avuto un’evoluzione esponenziale tanto che oggi si contano 8 centri, 4 per adulti e 4 per minori.

Al fianco di queste realtà, nasce, intorno al 2003, il Villaggio San Michele Arcangelo che è diventata oggi un po’ la casa madre, grazie sempre alle prime due famiglie che hanno cercato un luogo per vivere insieme un’esperienza di fede, condivisione e comunione (siamo infatti legati a Comunione e Liberazione). Per noi l’esperienza cristiana è molto importante ma non pensare che siamo troppo spirituali, siamo piuttosto concreti, per noi la presenza di Cristo significa aiutarsi nel quotidiano, nel lavoro, nel rapporto col marito/moglie, con i figli, in maniera stretta e condivisa.

Queste due famiglie hanno individuato questo luogo in collina a Corridonia e ci sono andate ad abitare. Il villaggio nel tempo si è ingrandito e attualmente siamo 8 famiglie che viviamo stabilmente lì, più 2 comunità per adulti e ragazzi con problemi di dipendenza, con patologie psichiatriche (più o meno gravi) e una comunità prettamente femminile.

Tutte le famiglie sono coinvolte nella Comunità, nel senso che siamo una testimonianza vivente per i ragazzi, però in realtà su 16 persone solo 4 lavorano all’interno dell’opera sociale (tra cui io), mentre il resto delle persone lavora all’esterno. Abbiamo dei momenti comuni, ad esempio la mattina e la sera ci ritroviamo per pregare insieme, poi ci sono delle riunioni quindicinali guidate da un sacerdote e abbiamo delle semplici regole da seguire, in quanto siamo stati riconosciuti dal Vescovo di Fermo come associazione ecclesiale e, pertanto, abbiamo uno statuto.

Non pensare che sgraniamo Rosari dalla mattina alla sera, però ci aiutiamo a vivere, questo è il motivo principale dello stare insieme. Non siamo tanto per le chiacchiere, quanto per far vedere che c’è un modo diverso per vivere, poi se è il momento il ragazzo che vive in comunità le domande se le pone.

Invece la cooperativa sociale agricola è nata nel 2006, anzitutto perché volevamo creare un posto bello, siamo infatti assolutamente convinti che la bellezza cambierà il mondo come diceva Dolstojeski, e quindi noi ci rendiamo conto che, dentro questa esperienza così forte, i ragazzi devono trovano un ambiente dove poter veramente cambiare, passo dopo passo.

All’inizio qui era tutto incolto, disabitato, e piano piano abbiamo iniziamo a coltivare e piantumare. Abbiamo chiesto un aiuto all’Università di Agraria di Ancona, e hanno verificato che sul fronte sud della collina si poteva piantare degli alberi da frutto, così da poter dare da mangiare ai ragazzi della frutta buona e sana. Solo che abbiamo fatto i conti sbagliati, nel senso che abbiamo piantato 2.400 arbusti e dopo 2/3 anni abbiamo cominciato a vendere la frutta prodotta nei dintorni, ma inizialmente non avevamo un progetto. In realtà è poi venuto da sé o meglio il percorso probabilmente ce lo ha suggerito qualcun Altro.

Quindi, quando sono iniziate le grandi produzioni di frutta, abbiamo iniziato a fare le marmellate per le Comunità, utilizzando il classico metodo della bollitura in pentola.

Poi abbiamo iniziato a fare i mercatini nelle nostre zone e portavamo anche le fragole, le albicocche e notavamo un certo interesse, così iniziato a studiare il fenomeno e abbiamo praticamente dato vita a quello che oggi è l’azienda agricola San Michele Arcangelo.

Nel 2010 abbiamo deciso di convertire l’azienda in biologico perché ci sembrava anche coerente con tutte le nostre scelte, cioè – noi cerchiamo di curare l’uomo in tutti i suoi aspetti e poi gli diamo da mangiare le cose chimiche? No, non va bene! –

Abbiamo fatto tutto il percorso per la certificazione e da lì ci siamo accorti che c’era una bella possibilità di lavorare su questo settore. Io nel frattempo iniziavo a girare per le principali fiere, fino a quando mi sono innamorato della macchina chiamata Roboqbo che è una macchina che lavora in sottovuoto a basse temperature, con processi di lavorazione intorno ai 25 minuti e una cottura a 85 gradi, poi concentra e toglie l’acqua al frutto.

Il prodotto a livello organolettico rimane intatto perché non va in ebollizione e quindi il colore, le proprietà organolettiche sostanziali e nutrizionali restano intatte.

È un prodotto completamente diverso rispetto alla tradizionale confettura, e quindi avevamo anche un po’ di paura perché nessuno era abituato a questo genere di prodotto. In realtà è stato un cambiamento che ci ha dato un riscontro quasi immediato, nel senso che le persone si sono accorte che comunque era sì un altro prodotto, ma migliore! Così è iniziato tutto un percorso che è durato circa un paio di anni.

Attualmente sono 50 ettari di terra coltivata e nel 2012 è stato fatto un nuovo ed importante investimento realizzando 10 ettari di vigna piantata. Anche questo è sempre all’interno di un progetto di bellezza, nel senso che arrivando al villaggio ti impatti subito con la vigna e devo ammettere che ha migliorato notevolmente il panorama. Abbiamo voluto fortemente il Ribona perché è l’unico autoctono dei colli maceratesi e quindi è quello che ci caratterizza. È inoltre diventato un po’ il nostro segno distintivo, il nostro fiore all’occhiello, oltretutto perché stiamo cercando di creare una sorta di consorzio per dargli forza, perché il vino vale veramente la pena ma se non è supportato, non riusciremo mai a rompere lo schema del Verdicchio, della Passerina e degli altri nomi più conosciuti. Il Ribona è valido tanto quanto questi vini più conosciuti se non addirittura qualcosa meglio, per alcuni aspetti.

Tanto che in maniera inaspettata siamo entrati nelle guide dei 100 vini più buoni di Italia, nonostante sia un vino giovane e non ha la storia di altri vini più famosi.

La cooperativa agricola è pertanto diventata occasione per fare inserimento lavorativo, la nostra missione è quella di non abbandonare il ragazzo al termine del percorso ma di poterli inserire in qualche modo. Abbiamo anche altre due attività lavorative all’interno dell’opera come la gestione del verde pubblico e privato e il cantiere edile, legato alla manutenzione dei vari centri che abbiamo.

I ragazzi quindi possono scegliere nei vari settori in base ai propri desideri ed aspirazioni.

Il lavoro è fondamentale nel percorso terapeutico e direi che è l’80% del percorso stesso. Dentro questo scenario, l’agricoltura è quindi diventata un settore importante di inserimento lavorativo, e anche nel laboratorio di trasformazione ci sono molti ragazzi impegnati, soprattutto in questo periodo.

In realtà quando vado a presentare i prodotti in giro per l’Italia, non parlo mai della comunità inizialmente, poi mi commuovo perché penso a chi sta facendo quei prodotti, perché non abbiamo Cracco che lavora da noi, abbiamo semplicemente sperimentato negli anni ed è venuto fuori quello che siamo adesso.

La cosa che mi colpisce sempre è il ribaltamento che ci dovrebbe essere nel mondo assistenziale, che pensa che questi ragazzi siano ai margini, un po’ la cultura dello scarto, come dice anche Papa Francesco. Ed invece no, stiamo dimostrando, come anche voi di Frolla, che questi ragazzi invece sono i protagonisti, quelli cioè che realizzano il prodotto.

È per questo che non parto mai dall’opera sociale, non voglio far passare il pietismo. Io ti vendo un prodotto di alta qualità e poi ti racconto chi è che lo ha fatto.

Perché il pietismo non porta da nessuna parte, ti fanno l’ordine un paio di volta, e si mettono a posto la coscienza ma poi è tutto finito. Ed invece il prodotto di qualità funziona ed inoltre si dà una dignità a chi ci lavora, una prospettiva, insomma un lavoro.

Non è l’acquirente che fa un servizio ma è il Villaggio (o Frolla) che fa il servizio alla comunità, un servizio preziosissimo, in modo gratuito.

Che tipo di dipendenze trattate?

Le dipendenze le trattiamo a 360gradi, sicuramente e principalmente alcool e droga ma anche videogiochi, internet, gioco d’azzardo perché tutto ciò che è dipendenza ha lo stesso identico percorso.

È cambiata molto l’utenza in questi anni.

L’esperienza della nostra comunità inizialmente era nata proprio per la tossicodipendenza, soprattutto eroina e poi cocaina. Adesso in realtà mi sento di dire che accogliamo quelli che nessuno vuole. Ragazzi molto problematici. Anche a livello di risultato finale è diverso, il tossicodipendente di 20 anni fa lo riuscivi a recuperare completamente oggi non proprio.

Una volta i percorsi potevano durare anche 4/5 anni mentre oggi, terminati i 2 anni, il ragazzo deve essere allontanato perché il percorso si ritiene concluso.

Prima di lasciarlo andare ci siamo inventati una sorta di semiresidenziale, che è una casa dove in realtà i ragazzi abitano insieme, restano legati a noi ma non sono controllati 24 ore su 24. Sono un po’ più autonomi e responsabili, ma comunque seguiti e gradualmente resi indipendenti.

E la tua esperienza? Cosa c’entri tu con Corridonia, mi sembra che il tuo accento non sia tipicamente marchigiano, sbaglio?

Io sono di origini friulane ma per tanti anni ho vissuto a Milano. Ho un percorso che non c’entra niente con le marmellate, le composte e i vini. Ho lavorato da giovane con mio padre nella sua azienda di prodotti chimici ma per problemi di relazione con lui ho preso la mia strada dentro un desiderio che avevo, che era quello di lavorare nella moda.

Ho cominciato lavorando come rappresentante e poi nel tempo ho avuto una carriera fulminante, sono stato chiamato a Milano e sono stato il direttore commerciale di due tra i più importanti nomi delle case italiane di alta moda. (NdR preferiamo non citarle per privacy ma vi assicuro che sono nomi pazzeschi). Dentro questo mio percorso ovviamente c’è tutto il mio malessere, problemi con la mia famiglia, a 29 anni durante questo importante passaggio a Milano si è ammalata mia mamma di leucemia ed è morta in 9 mesi. Mio padre la sera che è morta, secondo me era al telefono con quella che poteva essere un’altra donna. A quell’età quindi mi sono trovato catapultato a Milano senza nessun riferimento familiare e mi sono chiuso in me stesso, cercando di difendermi come meglio potevo, anche se sicuramente facevo fatica a dare risposte alle domande che nel frattempo stavano sorgendo.

Problemi che mi portavo avanti già dall’adolescenza, ho subito una sorta di violenza, e dentro ad una vergogna, ad un bisogno di aiuto che non sono riuscito a chiedere, la mia vita si è frantumata. Quindi per me il lavoro era diventato un modo solo ed esclusivamente per non dover fare i conti con me stesso. Solo che questo non regge perché poi pian piano diventa tutto una bomba atomica.

Purtroppo vivevo in un ambiente dove, non dico tutto, ma sicuramente tanto è da buttare perché ti è chiesto molto come persona, in maniera molto finta, insomma l’apparenza e l’immagine devono sempre essere al primo posto.

E così ho incontrato la cocaina e, non dico che era una cosa normale in quell’ambiente, ma sicuramente non scandalizzava nessuno, quindi alla fine quando andavo alle feste, agli eventi, ecc. ho iniziato a farne uso dicendo che tanto era circoscritto ai fine settimana.

In realtà questa cosa è diventata un disastro, perché tutte le domande di prima, il problema della mia famiglia, la morte di mia madre e il tradimento di mio padre non erano risolti per niente e i nodi sono venuti al pettine.

Inoltre il lavoro che mi ha pressato tantissimo, e mi ha spremuto fino all’ultima goccia mi ha liquidato malamente perché semplicemente funziona così, quando non servi più ti buttano via.

Sicuramente io ho contribuito, ma Milano è un posto che, fino a che sei a un certo livello va bene, poi quando non vai più bene, tutti gli amici che avevi scompaiono completamente.

A 40 anni dunque sono stato licenziato e da lì è iniziato tutto un percorso depressivo, ad usare cocaina tutti i giorni, ho tentato il suicidio, sono stato ricoverato, sono anche stato in coma per l’uso delle sostanze, fino a quando all’età di 46 anni mia sorella, che ha preso forza e coraggio, perché non è che lei non sapesse di prima, di tutto quello che era accaduto, ma molto probabilmente era una cosa più grande di lei, mi ha chiamato e mi ha detto che o facevo quello che lei e suo marito mi dicevano o sarei dovuto sparire dalla loro vita per sempre.

Non sapevano in realtà a chi rivolgersi, ma attraverso un conoscente sono arrivati a contattare Josè qui a Corridonia. Mia sorella a fine giugno 2006 mi ha detto ‘Vieni che dobbiamo andare assolutamente a fare un colloquio” e sono partito.

Il 26 giugno ho fatto il colloquio e il 15 luglio sono entrato. Sono arrivato qui a 46 anni, completamente sfasciato ma dentro ad una menzogna che continuava. Mi ero infatti fatto un piano nella mia testa: sarei rimasto lì qualche mese e poi sarei tornato da mio padre, un progetto che poi non si è realizzato perché c’è qualcun Altro che decide cosa deve farti fare.

Sono tornato da mio padre e la prima cosa che ho fatto è stata quella di chiedergli perdono e lui in quel momento lo ha chiesto a me. C’è stato proprio il primo cambiamento importante proprio nella relazione con lui.

Ma fortunatamente Mio padre mi disse che non era il caso che restassi lì con lui perché non vedeva prospettive per me e, molto probabilmente, questo è stato il momento della svolta perché mi sono detto – ‘se torno in comunità a 46 anni o veramente mi affido a loro e dico veramente chi sono e mi faccio aiutare, altrimenti non serve a niente e finisco di sfasciarmi’. –

Sono tornato in comunità, ho raccontato in un gruppo terapeutico quello che mi era successo e per la prima volta chi ero. Mi sono talmente sentito bene e soprattutto accolto dai ragazzi che io ritenevo i tossici, perché io non mi definivo tale, perché c’era ovviamente una differenza tra la mia esperienza e quella dei ragazzi che al momento erano lì con me, ed invece mi sono reso conto che il mio atteggiamento non era assolutamente diverso dal loro.

E da loro mi sono sentito veramente abbracciato per la prima volta, in maniera tale che mi sono stupito, quindi in quel momento ho deciso di rifare il percorso.

Il cambiamento grande è successo poco dopo un anno, io stavo molto meglio fisicamente, mi ero appassionato di campagna e andavo a zappare tutto il giorno e stavo benissimo.

Ero colpito da questa esperienza delle famiglie, cioè è quella domanda o quel desiderio che ognuno ha dentro ma deve solo metterlo a fuoco.  Perché tanto alla fine uno vuole essere felice, non è che chiede chissà che cosa, anche perché poi io venivo da un’esperienza in cui avevo avuto tutto, ma alla fine non ero felice!

Sono rimasto molto colpito da queste famiglie perché erano contente, gioiose, nonostante vivessero comunque difficoltà nella comunità, con i figli, con il lavoro, ecc.

Quando ho avuto un incontro con Josè, che per noi oggi è un po’ l’autorità, rimasi molto colpito perché gli avevo detto che mi ero stancato di stare in comunità, di condividere la camera, avevo un momento difficile, volevo restare sul posto ma chiedevo un aiuto a trovare qualcosa per lavorare fuori magari nella moda, del resto avevo fatto sempre questo.

Lui mi guarda e mi dice: “Qui sotto c’è una grande azienda di scarpe e abbigliamento, possiamo chiedere se hanno bisogno magari di un magazziniere o di un commesso.” Però mi guarda negli occhi e continua “Però io sono convinto che questo non è un tuo desiderio”.

A me questa cosa mi ha schiantato perché mi domandavo il perché di questa affermazione. Sono andato in camera e questa frase mi continuava a risuonare in testa senza sosta. Poi in effetti, ripensandoci mi sono detto che avevo fatto il commerciale delle più grandi brand della moda e non potevo accontentarmi di fare il commesso in un’azienda a Corridonia.

Così chiedi di rimanere a lavorare lì perché nasceva l’esperienza agricola e quindi ho pensato che la mia esperienza potesse essere comunque preziosa, tanto vedere prodotti di alta moda o marmellate alla fine è la stessa cosa.

Dentro a questo SI’, se vuoi inconsapevole ma di grande affidamento, si è aperto un mondo che ancora ad oggi non ha finito di donarmi tutti i giorni qualcosa.

Io mi commuovo quando penso a questo perché mi dico “cosa vuoi da me? – parlando con Lui (NdR: indica con l’indice l’alto) – perché mi sta talmente dando tanto che io non so qual è la mia vocazione, il mio senso della vita, io ancora non l’ho capito completamente”.

A cavallo dall’uscita della comunità, avevo scoperto l’adorazione eucaristica e quindi andavo da solo in silenzio cercando di capire quale sarebbe stato il mio destino.

Questa domanda era diventata incessante tanto che, ad un certo punto, ho anche pensato che mi stesse chiamando ad una vita consacrata, sono anche andato dai monaci all’Abbazia di Fiastra alcuni giorni in ritiro per cercare di capire meglio.

Insomma per mesi è andata avanti questa cosa, nel frattempo avevo conosciuto Paola, che adesso è mia moglie, e siamo diventati amici, ma niente di più (forse per lei era stato subito chiaro fin dall’inizio, ma per me no).

Io ero confuso nella maniera più assoluta fino a quanto il 24 di giugno, (me lo ricordo perché è il giorno di San Giovanni, cioè il mio onomastico) e stavo facendo l’adorazione eucaristica. È come se avessi avuto qualcuno che mi prendesse e mi sbattesse contro il muro e mi dicesse ‘ma non ti sei accorto che quello che stai chiedendo come vocazione, io te l’ho messa di fianco da mesi?!’

La sera stessa ho chiamato Paola, che nel frattempo era arrabbiatissima con me, e mi sono auto invitata a cena a casa sua e la sera stessa le ho chiesto di fidanzarci. E questa cosa mi fa pensare tutt’ora a quanto è grande il Signore perché ti smonta completamente quelli che sono i tuoi progetti e le tue idee, anche se in età adulta come me.

Nel giro di poco, ci siamo spostati e lo abbiamo fatto proprio all’interno del villaggio con una festa stupenda e dando un bel segno anche per i ragazzi della comunità stessa.

Abbiamo fatto una verifica per andare ad abitare all’interno e poter essere parte delle famiglie e dal 2011 facciamo parte di questa storia.

Il sì di Paola è stato ancora più completo del mio, perché per una persona che tra virgolette ha avuto sempre una vita più ‘normale’ della mia, incontrarmi e sposarmi all’interno di questa esperienza forte, è una scelta molto coraggiosa.

Mi sento come se tutti i giorni ricevessi dei doni unici e la cosa più bella è la differenza sostanziale con la mia vita di prima, uno pensa all’alta moda, al fatto che ho aperto boutique in ogni parte del mondo, ho conosciuto persone importantissime, mi hanno fatto fare qualsiasi cosa ma la differenza è che tutte le mattine che mi sveglio ORA sono contento e prima non lo ero, semplice!

E quindi è impagabile assolutamente, non ci sono paragoni. Non mi sono mai pentito della scelta fatta, neanche nei momenti di attriti all’interno, perché anche noi ne abbiamo, ma non ci è mai venuto neanche il dubbio.

Il Signore non ci ha fatto mai mancare niente, anche quando subito dopo il matrimonio, Paola è rimasta in cinta ma abbiamo perso il bambino, eppure non ci ha tolto neanche quello, perché la paternità e maternità riusciamo a viverla comunque coi ragazzi, di figli ne abbiamo tantissimi.

Ancora oggi c’è una sovrabbondanza di tutto, quella più recente è che la mia famiglia, mia sorella e mio cognato hanno deciso di fare una donazione alla PARS e stiamo costruendo una casa bellissima dove andrò ad abitare con mia moglie, con vicini 3 monolocali per una casa vacanze e realizzare un’esperienza di turismo sociale.

Lei e suo marito vivono a Milano e non hanno intenzione di venire a vivere qui ma di venire per dei lunghi periodi sì. E questo vuol dire anche poter tornare a vivere da fratello e sorella.

Quindi non ne vengo fuori da questa sovrabbondanza, cosa ti devo dire? Che sono felice e che sto bene, sono contento di fare quello che faccio e sono grato di tutto quello che è accaduto.

 

Grazie Giovanni, mi piace pensare che non è un caso incontrarsi…

 

“La bellezza salverà il mondo” (Fedor Dostoevskij)

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