In guerra per amore

 In Interviste

Ho voluto fortemente questa testimonianza per parlarvi di abbandono, di perdita, di paura, di dolore e di forza, ma soprattutto di tossicodipendenza.

Dal giorno che ho avuto l’onore di parlare coi genitori di Marco, un tarlo continua a scavare dentro di me: “come si riesce ad affrontare una situazione del genere?”.

Per questo vi chiedo di arrivare fino in fondo al racconto, non lo faccio per attaccamento al blog o per avere qualche like in più (che non mi sono mai interessati, figuriamoci in questa occasione!) ma perché tra le righe possiamo tutti leggere di un nostro fratello, amico, figlio.

Vorrei che questa immensa testimonianza non cada nel vuoto, ma che tutti noi possiamo trarre un insegnamento, un interrogativo o semplicemente una preghiera per quanti intorno a noi stanno vivendo condizioni simili alla famiglia di Marco.

Inoltre, ho bisogno di rivolgermi ai giovani, quelli che ognuno ha dentro casa e che incontra nel proprio cammino: vi prego non pensate che a voi non possa capitare, fuggite ogni tentazione della droga, dalla più banale e apparentemente innocua fino alla più pericolosa.

Rifiutatela sempre! E ogni volta che vi si presenterà l’occasione pensate a Marco, ad un ragazzo bellissimo, i cui occhi oggi parlano per conto delle sue parole che non riesce più a dire, che purtroppo esprimono lacerante malinconia e infinito dolore. Mi spiace non riuscire a reggere il suo sguardo così intenso e splendido, ma ogni volta è come se mi arrivasse un pugno dritto allo stomaco, anzi al cuore.

 

Questa volta lascio che sia lei, la mamma di Marco, a raccontarvi la sua storia.

“Marco è arrivato a casa nostra all’età di 2 anni, un bambino simpatico, bello, accattivante che già parlava molto bene. La mamma trovandosi in difficoltà aveva acconsentito all’adozione di Marco. Noi purtroppo qualche anno prima avevamo perso nostro figlio di 7 anni per una malattia genetica rara. L’arrivo di Marco ha portato nella nostra vita una sferzata di gioia e ci ha aiutato a guardare di nuovo al futuro. Noi eravamo genitori senza figlio e Marco un figlio senza genitori.

Trascorriamo degli anni davvero sereni, Marco è un bambino sveglio, estroverso e iperattivo. Non riesce a star seduto per il pranzo, né a scuola sul banco. Ha una spiccata fantasia tanto che racconta storie che sembrano vere. Mentre la maestra spiega geografia lui interviene dicendo che ha scalato l’Everest con suo padre, che è salito sulla McLaren e così via. Pensavamo che da grande diventasse uno scrittore.

Per la sua iperattività incomincia a fare tanti sport come nuoto, judo, sci. Con la scuola dimostra subito un’avversità e se può nasconde i compiti da fare. Qui inizia un controllo da parte mia, tanto che faccio i compiti insieme a lui. Marco si rivela ben presto un figlio molto impegnativo. Ma fino a 15 anni tutto procede nella norma.

In primo liceo inizia a fumare qualche canna, me ne accorgo subito e inizia un percorso con uno psicologo. Pensiamo che aiutarlo in questo periodo dell’adolescenza sia importante, vista anche la sua storia. In questo periodo ha diverse storie con ragazze. È un bellissimo e affascinante ragazzo, quindi piace, anche se è un po’ sopra le righe. In quarto liceo la storia con una ragazza darà una svolta in negativo alla sua vita. La madre di lei vuole a tutti i costi che questa storia, durata un anno, finisca. Un giorno viene a casa nostra e umilia Marco dicendogli che lui non è all’altezza della figlia. Marco si sente nuovamente rifiutato; questo evento va a rafforzare il concetto che lui ha di sé (nonostante un’apparente sicurezza) cioè che non vale niente. Pensa che, siccome è stato abbandonato, sicuramente i suoi genitori valevano poco, quindi lui non può essere diverso. Questo succede all’età di 19 anni. Quell’anno viene anche bocciato a scuola (fu una punizione, perché come ho detto è un ragazzo sopra le righe). La sua vita avrà una virata e da questo momento andrà sempre in discesa.

Si sente rifiutato anche dalla scuola, il tutto va a sommarsi al rifiuto originario della sua famiglia e queste cose lo faranno soffrire molto. Più tardi dirà che non ha retto a tutto questo.

Durante l’estate fa un corso per assistente bagnanti e fa il bagnino. Qui inizia a spizzicare cocaina e a fumare cannabis tutte le sere perché qualcuno gli aveva detto che lo avrebbe fatto dormire meglio. A settembre inizia una scuola privata in Ancona per recuperare il 4° anno facendo 4° e 5° insieme, anche se noi non eravamo d’accordo, ma siccome non voleva più andare a scuola acconsentimmo, altrimenti non si sarebbe più diplomato. Qui conosce un ragazzo, spacciatore ed eroinomane. Nel frattempo, inizia a frequentare un bar dove conosce un adulto sposato con figli, eroinomane anche lui.

Inizia a fumare saltuariamente eroina, ci accorgiamo subito e contattiamo immediatamente degli specialisti. Lui si fa seguire. Qui inizia una storia senza fine.

Tempo prima avevo conosciuto, ad un convegno sulla droga, un esperto di fama internazionale e del quale mi era rimasta impressa una frase: “Ci sono individui che camminano al centro della strada e altri che camminano sul ciglio. È chiaro che questi ultimi sono persone più fragili e che gli eventi della vita possono farli cadere nel precipizio”. Lo contatto e lui ci consiglia una comunità a breve termine di Bologna. Marco fa anche il colloquio, ma serve il benestare del Sert di appartenenza, che però non arriva, affermano che la comunità a breve termine non serve a niente. Inizia così un percorso con l’uso di farmaci sostitutivi. Sta meglio. Si chiude in casa e non frequenta più nessuno. Fa dei lavori saltuari, viene apprezzato perché è bravo. A settembre del 2008, a 21 anni, inizia anche il servizio civile. Viene qualche giorno in vacanza alle terme con noi. È contento. Noi pensiamo che ormai il problema sia risolto.

Al ritorno viene contattato da una ragazza conosciuta al liceo privato con la quale aveva avuto una breve storia. Questa ragazza sta facendo l’Università a Macerata e io spero che questo rapporto possa far venire a Marco la voglia di fare l’Università, ma purtroppo mi sbagliavo di grosso.

La ragazza fuma cannabis e introduce Marco nel giro di Macerata. A Luglio 2009 (ha 22 anni) inizia a bucarsi (finora l’aveva solo fumata e saltuariamente). Interrompe subito il Servizio Civile. Passiamo un’estate disastrosa. Va anche ad Amsterdam con questa ragazza. Dice poi che vuole riprendere in mano la sua vita, si prepara al test di ammissione per infermieri, ma quando lo chiamano per fare l’esame, lui gira i tacchi e se ne va. Si iscrive al corso di laurea in Scienze Ambientali e Protezione Civile. Sembra piacergli ma, anche qui, incontra un amico di merende.

Dietro consiglio dello specialista, si ricovera a Milano per disintossicarsi e per vedere se dietro alla sua tossicodipendenza si sia sviluppata una patologia, perché malgrado la sua voglia di uscire dal problema, lui non ci riesce. L’impatto con la clinica è drammatico e a metà disintossicazione si fa dimettere e torna a casa. Una volta a casa però si rende conto che non ce la fa e richiede di ritornare a Milano. Ritorna ma anche questa volta il progetto fallisce. Alla dimissione ci dicono che Marco è un ragazzo con un’intelligenza superiore (140 su 100) e che se non riesce a uscire dal problema è meglio dividere le nostre strade perché la vita con lui diventerebbe un inferno. Ritorniamo a casa allibiti.

Riprova a disintossicarsi ad Ancona con l’obbiettivo di entrare in comunità. Entra in comunità ma dopo 2 giorni esce. Inizia un’altra estate infernale. Lascia definitivamente l’Università. Sta dei periodi a Macerata con la ragazza e ogni tanto torna a casa. Ruba il computer, un orologio del padre, va a sbattere a forte velocità con la macchina contro un pilastro. Rimane illeso ma la macchina è distrutta.

Riusciamo a farlo entrare in comunità e ci sta 5 mesi. Dopo questo periodo viene a casa in verifica. Sembra stare bene. Invece si fa e va in overdose. Al mattino lo vado a svegliare, ma lui non si sveglia è in coma; lo salviamo per miracolo, gli erano rimaste poche ore di vita. Si risveglia dal coma dopo 12 ore. Blocco renale e paralisi ad un braccio. Dopo un mese di ricoveri, torna in comunità ma ne riesce poco dopo. Dietro consigli degli esperti non lo vogliamo a casa, sperando che rientri in comunità, ma la ragazza lo va a prendere e la famiglia della ragazza lo ospita.

Dopo un breve periodo lo facciamo rientrare a casa. Ad Ottobre 2011 (24 anni) inizia, dietro consiglio dell’assistente sociale del Sert, un corso di Aiuto Cuoco. Il più delle volte lo accompagniamo perché abbiamo paura che si perda per strada. A maggio 2012 si diploma finalmente con successo. Dice che deve lavorare e che il lavoro è la soluzione dei suoi problemi. Ci prova, ma dopo un po’ manda all’aria tutti i progetti.

Dall’inizio di questa storia ci sembra di vivere in un girone dell’Inferno. Teniamo segreta la tossicodipendenza di nostro figlio anche ai parenti più stretti. Abbiamo vergogna e un senso di impotenza. Non vogliamo che si sappia ma facciamo una grande fatica a far finta di niente. Tenendo nascosta la cosa ci sembrava di proteggerlo, la nostra speranza era che prima o poi sarebbe uscito dal problema e non volevamo gli rimanesse un’etichetta negativa addosso.

Ad Aprile del 2013 entra di nuovo in comunità, ma ne esce a luglio. Noi incominciamo a frequentare i gruppi di auto-aiuto per genitori, organizzati dalla comunità. Qui ci possiamo confrontare con le altre storie e riusciamo a prendere decisioni fino a quel momento impensabili, supportati dagli operatori. Veniamo aiutati a liberarci dalla vergogna di questa situazione e iniziamo a raccontare la cosa in famiglia e agli amici più stretti. Iniziamo così a sentirci sostenuti e aiutati. Da qualche anno io avevo iniziato anche a lavorare part-time, dietro consiglio della psicologa del Sert. Stare con lui è molto faticoso perché è imprevedibile e quando meno te l’aspetti succede sempre qualcosa. Quando la sostanza chiama non ragiona più e siccome noi ci rifiutiamo di dargli soldi ci spintona, rompe un vetro antisfondamento con la testa, dà pugni alle porte fino a sfondarle, ruba quello che può. Nascondo i soldi, ma lui riesce a fregarmi con vari stratagemmi. Non serve neanche chiudere le stanze e tenere la chiave in tasca. Ci ruba un assegno e con una firma falsa preleva 720 euro. In 2 giorni, non solo li spende, ma si vende anche le scarpe nuove. Noi continuiamo i gruppi di auto-aiuto e iniziamo anche un percorso parallelo con una psicologa, che poi ci ha sempre seguito e che abbiamo sentito molto vicina e presente in ogni momento aiutandoci a prendere le decisioni più difficili.

Sabato 21 dicembre 2013 (26 anni) mentre sto preparando le crespelle per Natale ad un certo punto sento dei rumori bruschi. Lui è chiuso in bagno, realizzo che si è fatto e sta andando in overdose. Lo chiamo ma non riesce ad aprire la porta; sento un tonfo e poi più niente. A fatica riusciamo con un’altra chiave ad aprire. È riverso con la testa nella doccia con del sangue che gli esce dalla bocca; chiamiamo il 118; gli fanno un Narcan e lo intubano. Si risveglia subito dopo e viene portato all’ospedale per suturare la ferita sotto il labbro che si era fatto cadendo. Al ritorno dice che non toccherà più niente.

A maggio 2014 incontra la madre naturale. Lo aiutiamo a realizzare l’incontro perché pensiamo gli possa far bene. Anche il presidente della comunità pensa che questo ragazzo ha bisogno di una scossa e fargli incontrare la madre biologica forse lo potrà aiutare. Quel buco nero della sua vita finalmente potrà scomparire e forse troverà la sua identità. Viene accompagnato da una nostra nipote (assistente sociale) e da noi. L’incontro va bene. Ci sembra abbastanza contento. Quando lui è contento lo siamo anche noi e ci illudiamo sempre che qualcosa possa cambiare in positivo.

Gli compriamo anche un cane nella speranza che possa aiutarlo ma anche qui ci siamo sbagliati. Dopo un po’ di tempo ruba l’argenteria e noi lo denunciamo, riusciamo addirittura a ricomprarla dal compro oro. Con i carabinieri siamo sempre stati in contatto fin dall’inizio della sua tossicodipendenza, fornendo loro anche i numeri di telefono di eventuali e possibili spacciatori. La richiesta di soldi diventa insostenibile, chiamo in continuazione i carabinieri che parlano con lui e cercano di rassicurarmi. Un giorno ruba anche il televisore. Non ci vedo più, gli preparo una valigia e la metto fuori dalla porta, ne preparo una anche per noi e ce ne andiamo anche con il cane. Lui riesce ad entrare in casa rompendo una persiana e la finestra con un attrezzo da giardino.

Qui inizia un periodo allucinante fatto di telefonate minacciose. Vuole 5000 euro per andarsene. Per lui questa è un’ossessione che durava da tempo. Sono i soldi dei suoi regali della comunione e cresima che ci eravamo sempre rifiutati di dargli perché li avrebbe usati male. Aiutati dal gruppo e dalla psicologa resistiamo fuori casa. Contattiamo un avvocato e decidiamo di incontrare Marco dal maresciallo. Accettiamo di dargli 3000 euro in quote bisettimanali. Firma un documento e se ne va. Noi rientriamo in casa. Troviamo il finimondo: 4 chitarre distrutte a pezzettini, bicchieri rotti; sporcizia da tutte le parti. Aveva staccato l’argento a tutte le cornici. In questo periodo era entrato e uscito dalla finestra con la ragazza.

Inizia una vita da vagabondo malgrado i soldi che gli dovevano servire per mangiare e dormire. Passati i tre mesi torna a casa, sembra un barbone, ha un labbro e la testa rotta. Ha già contattato il Sert e nostra nipote per entrare di nuovo in comunità. Così il 22 Ottobre 2014 rientra.

Tra alti e bassi ci è rimasto per un anno. In questo periodo lo abbiamo visto una volta al mese, lo abbiamo portato a pranzo fuori ed ogni mese che passava lo trovavamo sempre meglio.

Decide però di uscire dalla comunità perché ha un’intesa con una ragazza e in comunità è vietato avere relazioni. Inizia così un’altalena di entrate e uscite da varie comunità.

Dall’inizio della storia ci ha sempre ripetuto che aveva bisogno di spegnere il cervello. Lui non reggeva le frustrazioni e ogni problema diventava per lui gigantesco, tipico delle persone che si rifugiano nelle sostanze per scappare dalla realtà, per una incapacità di affrontarla.

Durante questi anni abbiamo visto pian piano la metamorfosi di nostro figlio. Da un ragazzo solare, allegro, anche se baldanzoso, ad un ragazzo cupo senza sorriso e violento, cosa che non lo era mai stato.

Un esperto ci consiglia una comunità a Milano ma non è facile perché una legge regionale dice che questi ragazzi devono essere curati nella propria regione. Dopo mille peripezie riusciamo a sbloccare la cosa. Ma nel frattempo si ubriaca, vende le cose, troviamo siringhe sparse per casa. Dobbiamo chiamare anche il 118 perché quando è ubriaco ci fa paura, ma non lo portano via. In questo periodo non si lava, rifiuta qualsiasi cosa, come una passeggiata, andare fuori a mangiare, passeggiare con il cane. Sta per lo più sdraiato sul divano per giornate intere. Il 31 maggio (29 anni) entra in questa comunità.

Dopo 8 mesi, viene cacciato perché ha una relazione con una ragazza, anche lei ospite della comunità. Lo riprendiamo a casa. Dopo qualche mese, parte per Milano per andare a trovare questa ragazza che nel frattempo ha finito il percorso. Si sono messi d’accordo di partire per Maiorca. A Bologna ci telefona che è già sceso e che sta tornando a casa. Ci rendiamo conto che ha usato i soldi che gli servivano per il soggiorno a Milano, per le sostanze. Noi, prima che arrivi ad Ancona, chiudiamo casa e ce ne andiamo. Anche perché gli operatori di Milano ci dicono di non riprenderlo.

Solo dopo 4 giorni entra in una comunità della zona. Si trova subito bene inizia a lavorare con i cavalli e viene molto apprezzato. Stavolta abbiamo proprio sperato che la cosa potesse funzionare. Riesce ad avere un tirocinio di lavoro ma con i soldi comincia a spendere senza regola e in maniera compulsiva.

Dopo 4 mesi, gli danno il permesso di avere un cellulare con Facebook (cosa negata nelle altre comunità). Attraverso il social viene contattato da una giovane ragazza di 21 anni, lui ne ha ormai 30, che lo va a conoscere. La comunità gli dà il permesso di uscire con questa ragazza, una volta alla settimana. Inizia a fare gli aperitivi e, siccome l’alcool sveglia i recettori della dipendenza, ben presto si scompensa e malgrado gli operatori fossero a conoscenza che quando usciva beveva, continuano a farlo uscire invece di stoppare subito la cosa.

A Natale accettiamo di fargli passare qualche giorno a casa, porta anche la ragazza, esce con lei. Marco si ubriaca e tornando a casa va fuori strada senza farsi niente, ma fa 2000 euro di danni. Rientra in comunità ma questa inizia a stargli stretta. Marco fa i bagagli ed esce dalla comunità. Come in passato noi chiudiamo casa e lui si rivolge subito al Sert per vitto e alloggio. Non tocca sostanze e il giorno dopo richiede di rientrare in comunità ma, non accettando le condizioni della comunità stessa, non lo riprendono.

Richiede ancora di rientrare, ma la sua richiesta non viene accettata. Diranno poi che non aveva l’atteggiamento giusto. L’assistente sociale ci chiede di procurargli un alloggio in attesa di trasferirlo in un’altra struttura, e così facciamo. Gli troviamo un bed & breakfast ma il 29 gennaio fa uso di nuovo di eroina (dopo tanto tempo) e va in overdose.

Quella sera io e mio marito stavamo seduti sul divano, il cellulare era sul tavolo. Mi alzo e guardando i suoi WhatsApp, vedo che è da mezzogiorno che non si collega, così provo a chiamarlo, ma lui non risponde. Realizzo subito che è successo qualcosa, il cuore inizia a battermi all’impazzata. Il padre telefona al titolare del B&B per chiedergli di andare a controllare nostro figlio. Il signore è meravigliato da questa richiesta ma va e, da una finestra, vede Marco riverso a terra.

Chiama subito i soccorsi, ma non ci avvisa. Alle 11 quando ormai pensavamo fosse tutto a posto riceviamo una telefonata dai carabinieri che ci informano che nostro figlio è ricoverato in rianimazione. Partiamo subito, è una serata piena di nebbia, la stessa che avevamo nelle nostre anime. Marco rimase in coma per parecchio tempo, poi, dopo 40 giorni di rianimazione, passò all’unità di risveglio del S. Stefano e infine in riabilitazione sempre al S. Stefano.

Ora Marco purtroppo è un disabile. Quando si è sentito male ha avuto un arresto respiratorio e quindi il suo cervello non ha ricevuto ossigeno a sufficienza. Ora sono passati 3 anni dall’evento e passiamo le giornate tra una terapia e l’altra. Marco frequenta un maneggio dove fa ippoterapia, frequenta Frolla con un T.I.S (Tirocinio di Inclusione Sociale) dove può stare con altri ragazzi e può fare qualcosa, come può. Deambula lentamente, parla poco e male, non è più autonomo, abbiamo 3 operatori che a turno ci aiutano in questo nuovo faticoso percorso.

Quando lo guardo il cuore mi si riempie di disperazione, quale sarà il suo futuro quando noi non ci saremo più? Ormai non siamo più giovani e siamo anche stanchi. Purtroppo, la nostra vita è stata caratterizzata, prima dalla malattia del nostro primo figlio, durata sette lunghissimi anni, poi dalla tossicodipendenza di Marco e ora dalla disabilità.”

 

La vita è una matita, la droga è un temperino, l’accorcia e la rende più appuntita.

(Rancore)

Post recenti
0